Golden GateImmagine genarata con Gemini

La gente che vede il mare soltanto dalla spiaggia e nei mesi bonaccioni dell’estate o che non lo vede affatto, difficilmente comprende e sente il sacrificio del marinaio. (Giambattista Pasqua)

I banchi sono pieni di pesce e crostacei, principalmente granchi, “i cràbbisi”, come li chiamano i siciliani. Già, i siciliani. Il Fisherman’s Wharf, il molo dei pescatori, quello che rifornisce di pesce tutta la città di San Francisco ed è in gran parte occupato da banchi, grandi e piccoli, di proprietà di siciliani. Oggi, 27 maggio 1937, si prospetta una giornata “calda” anche se sono le 5 del mattino e le prime luci del sole che sorge si scorgono appena dietro il sistema collinare del vulcano Sibley. Dai pescherecci si scaricano le ultime cassette di pesce e già cominciano a vedersi i primi clienti. Guardando il molo, si scorge una lunga schiera di barche da pesca, piccole e grandi, che fa bella mostra di sé, mentre guardando il cielo si ha l’impressione che tutti i gabbiani, i cormorani e i pellicani della California si siano radunati vicino al molo. Forse perché una così grande quantità di pesce sul molo non si era mai vista.

Guardando verso ovest, verso lo stretto passaggio che mette in comunicazione la baia di San Francisco con il Pacifico, si staglia imponente, anche se ancora parzialmente avvolto dalla foschia, il Golden Gate Bridge. Il suo colore arancione, International Orange, inventato proprio per conferirgli maggiore visibilità fra le frequenti nebbie della baia, alle primissime luci dell’aurora lo rende quasi un faro, un riferimento per chi viene dall’oceano e per chi dalla baia si appresta ad affrontare il Pacifico che, invece, proprio lì tanto pacifico non è. Risale al 1872 l’idea di costruire un ponte per unire le due sponde dello stretto che il capitano John Fremont nel 1846 chiamò Golden Gate.

Nel 1927 quell’idea fu trasformata in un progetto da un ingegnere strutturista, Joseph Baermann Strauss. Nel 1933, trovati i fondi, si iniziò a costruire e, dopo tre anni di lavori senza sosta di migliaia di uomini, è arrivato il giorno dell’inaugurazione. Alle 6 verrà aperto l’accesso ai pedoni e verrà dato il via al Pedestrian Day. Il ponte sarà percorribile a piedi o in bicicletta in ambedue i sensi e 18.000 persone sono già ammassate alla rampa di accesso, lato San Francisco; molti di loro hanno pensato bene di fare una sosta al Fisherman’s Wharf per una buona colazione a base di frutti di mare in previsione di una lunga giornata. L’inaugurazione ufficiale avrà inizio alle 12 con il taglio della catena d’argento da parte del sindaco di San Francisco, Angelo Rossi jr., figlio di un immigrato italiano della Val Graveglia, terra degli antenati di Garibaldi.

Quella terra da colonizzare, la California, offriva prospettive di guadagno e di ricchezza che nel Vecchio Continente non erano immaginabili. La città di San Francisco, in particolare, era cresciuta con una rapidità tre volte superiore a quella di altre città americane a causa della corsa all’oro iniziata nel 1848.

Lo stallo n. 8 del Fisherman’s Wharf era stato installato nel 1925 da un siciliano, Nunzio Alioto, uno degli otto figli di Giuseppe Alioto arrivato in California a fine Ottocento dal piccolo borgo di Sant’Elia, in provincia di Palermo. Al tempo dell’inaugurazione del ponte, il piccolo banco di pesce si era trasformato in un ristorante ad opera di Rose Passantino, moglie di Nunzio, che era morto prematuramente nel 1933. Il ristorante era famoso per la zuppa di pesce preparata da Rose, risultato della tradizione siciliana e ligure adattata ai gusti degli americani. Nunzio era arrivato a San Francisco con il piroscafo S.S. Canada il 28/12/1912, per lavorare con i fratelli che lo avevano preceduto, in particolare con Giuseppe jr. Le condizioni di vita di un pescatore in un piccolo borgo siciliano erano fatte di privazioni e grandi sacrifici. Giuseppe jr., arrivato a San Francisco, aveva iniziato a lavorare sulle barche dell’Achille Paladini Fish Company e ben presto era passato a occuparsi dei rapporti commerciali della società. Guardò, apprese, avviò amicizie con i compratori e nel 1908 si mise in proprio e fondò la San Francisco International Fish Company. Richiamò i fratelli a San Francisco perché lo aiutassero nella sua nuova attività lavorativa che iniziava ad avere una posizione predominante nel mercato del pesce. La SF International Fish Company Ltd. iniziò a rilevare licenze di pesca, a costruire nuove barche fino a diventare una delle flotte più grandi di tutta la California.

Dall’altra estremità della Sicilia, quella a sud, a Pozzallo, i problemi della vita quotidiana erano comuni a quelli di Sant’Elia e di tanti paesini della Sicilia. Dal Regno d’Italia ci si aspettava una maggiore attenzione alle fasce più deboli della popolazione e invece, allo sfruttamento esercitato dalla nobiltà si aggiunse o si sostituì quello esercitato dalla borghesia nascente. Spesso una mentalità fatalista, chiaramente evidenziata da intellettuali come Giovanni Verga, condizionava le speranze della povera gente che si rassegnava alla propria condizione limitandosi alla sopravvivenza. Povertà diffusa, condizioni igieniche scarse e nessuna prospettiva per il futuro erano le condizioni in cui viveva l’80% delle poche migliaia di abitanti di Pozzallo. Il piccolo comune, dal giorno della sua indipendenza da Modica, 12 giugno 1829, crebbe continuamente. La popolazione passò dai circa 1.000 abitanti, alla data dell’autonomia, ai 2.871 all’Unità d’Italia. Al censimento del 1881 la popolazione residente era di 4.400 persone, ma all’aumento degli abitanti non corrispose un miglioramento delle condizioni economiche. La gran parte viveva di mare o di povero artigianato, pochi erano contadini, spesso anche pescatori, qualche piccolo commerciante e poi i grandi commercianti di carrube, granaglie, vino e via dicendo.

Il 3 novembre 1881 due famiglie erano in festa. Si celebrava un matrimonio, il quarantatreesimo dei quarantasette celebrati quell’anno. Alle nove e cinque minuti, Michele Reca di ventisei anni e Giovanna Cataudella di venti si presentarono davanti all’ufficiale di stato civile del Comune di Pozzallo. Il marchese Giorgio Polara, sindaco, aveva dato delega a un suo assessore, Andrea Sigona, a celebrare il matrimonio che, in verità, era già stato celebrato religiosamente alle 7 nella Chiesa Madre S. Maria di Portosalvo. Michele era nato a Caserta nel 1855 da Angelo, barbiere, e da Maria Giuseppa Formato. Chissà come e perché fosse arrivato a Pozzallo visto che, orfano di madre, il padre era rimasto a Caserta. Non aveva una professione precisa. Nelle pubblicazioni di matrimonio era indicato come “industrioso”, che equivaleva a “uno che si arrangia”. Arrangiarsi, lavorare a giornata facendo quello che capitava, era una “professione” molto diffusa e permetteva di mantenere una famiglia anche perché le esigenze familiari, anche in presenza di figli, non erano elevatissime. A distanza di due anni, il 5 febbraio 1883, in via Duilio, nacque il primogenito al quale venne dato il nome Giuseppe. La famiglia crebbe velocemente. Nel 1885 nacque Antonia, nel 1886 Angelo, nel 1887 Maria Assunta, nel 1890 Maria Giuseppa, nel 1893 Giuseppa. Michele lavorava come poteva. Alla nascita della figlia Antonia faceva il calzolaio in via Stovigliari; nel 1887, quando nacque Maria Assunta, continuava a fare il calzolaio ma tutta la famiglia era ritornata ad abitare in via Duilio. Nel 1890 si spostò nella parallela via Solferino, dove la famiglia si stabilizzò e continuò nella sua attività di calzolaio. Giovanna, la moglie di Michele, aiutava la famiglia come poteva, con piccole riparazioni sartoriali visto che sapeva usare ago e filo o svolgendo a domicilio faccende domestiche. Anche per la famiglia di provenienza di Giovanna la situazione economica era la stessa. Michelangelo, il padre di Giovanna, era un contadino che lavorava a giornata nei terreni dei possidenti locali. Tanta fatica, tanto sudore e come paga prodotti della terra appena sufficienti a sfamare la famiglia.

Dall’America, intanto, giungevano voci di sicuro benessere e, a dire il vero, qualcuno che c’era andato inviava regolarmente rimesse in dollari che permettevano alle famiglie di potersi permettere qualche lusso. Pietro, uno dei fratelli di Giovanna, iniziò a fantasticare e si convinse che il suo futuro era in America. Con i dollari avrebbe potuto aiutare la sua famiglia e farsene una anche lui. Per entrare negli Stati Uniti non servivano visti consolari. Con l’Immigration Act del 1891 veniva stabilito che tutti gli immigrati in arrivo negli USA dovessero passare attraverso il centro allestito a Ellis Island per essere sottoposti a visita medica e, superata la visita medica, si aveva l’accesso al paese senza alcuna restrizione. A dire il vero bisognava dimostrare di potersi mantenere in attesa di trovare lavoro avendo a disposizione dei soldi, almeno 10 dollari, oppure di avere un riferimento nel paese che garantisse vitto e alloggio. Pietro non aveva né denaro né parenti o amici che garantissero per lui. A quello che sembrava un ostacolo insormontabile si trovò presto la soluzione. È pozzallese? Sì. Ha dimestichezza con il mare? Sì, ha fatto il pescatore e il mozzo su qualche piccolo bastimento? Si. Allora bastava trovare un imbarco su una nave che andava in America e, una volta arrivato, disertare. Non fu difficile trovare l’imbarco, probabilmente, su una nave che trasportava migranti. Ne partivano tante da Genova, Napoli, Messina e Palermo e c’era sempre bisogno di personale visto che il metodo della diserzione stava diventando un’abitudine per arrivare in America pur non avendo un centesimo per pagarsi il biglietto. Non si conosce il nome della nave né come fece Pietro a superare tutti i controlli, perché i comandanti avevano preso l’abitudine di sequestrare i documenti dell’equipaggio, di dare le paghe solo al ritorno in Italia e di non concedere lo shore leave, il pass che permetteva di andare in franchigia e quindi di scendere a terra. Fatto sta che nel 1895 arrivò a New York. Superati gli ostacoli per scendere a terra, fu nascosto da qualche compaesano di Union Street, a Brooklyn, finché la nave non ripartì e da quel momento fu libero di circolare in America perché, per il solo fatto di essere lì, voleva dire che aveva superato i controlli di Ellis Island. Pietro trovò lavoro abbastanza presto. Il porto di New York era uno dei più attivi del mondo e c’era sempre bisogno di manodopera per la movimentazione delle merci in arrivo o in partenza. Paese nuovo, lingua nuova, ma Pietro si muoveva fra connazionali, fra siciliani e pozzallesi, e lentamente si abituò ai ritmi di quella grande metropoli, lui che, abituato alle stradine di Pozzallo, continuava, a ogni passo, a scoprire palazzi altissimi e meraviglie tecnologiche impressionanti. Tutti pensavano che i dollari fossero facili da guadagnare, che arrivare in America fosse una benedizione, ma ben presto si accorse che non era proprio come lo raccontavano, quel paese. Il lavoro era duro ed era dura anche la convivenza con gli altri. Chi lo aveva aiutato all’inizio non poteva farlo in eterno e bisognava anche mostrarsi riconoscenti. Pietro conosceva bene il principio del “luarisi l’ubbligu”, ricambiare la cortesia, l’aiuto. Gli servì meno di un anno per iniziare a mandare qualche dollaro a casa, che sarebbe servito anche a pagare il biglietto al fratello Giovanni che, proprio nel giorno di San Giovanni del 1903, partì da Napoli con il piroscafo S.S. Città di Napoli e arrivò a New York il 9 luglio. Pietro lo aspettava all’uscita da Ellis Island. Le regole per entrare negli USA erano ancora quelle del 1891. Giovanni superò senza problemi la visita medica, presentò la lettera di Pietro che si incaricava del suo mantenimento e venne indirizzato verso la scalinata che dalla Great Hall, dove venivano fatti i controlli, portava al piano terra. Alla fine della scalinata, dopo l’ufficio dei cambiavalute, c’era un’area chiamata Kissing Post dove finalmente si incontravano i parenti. Era proprio lì che lo aspettava Pietro. L’abbraccio fra i due fratelli fu l’abbraccio di tutta la famiglia Cataudella. Il traghetto che avrebbe portato i due fratelli a Manhattan era già pronto. Pietro prese la valigia del fratello e, mentre chiedeva notizie dei genitori e degli altri fratelli, si avviarono verso l’imbarco. Dalla partenza all’arrivo a Manhattan passarono circa venti minuti, ma per i due sembrarono pochi secondi. Pietro continuava a fare domande e Giovanni, mentre parlava, guardava a destra e a sinistra e scrutava ogni dettaglio di quell’enorme città. Arrivati al molo di Battery Park, presero un altro traghetto per il molo che portava alla Atlantic Avenue di Brooklyn. Pietro aveva già acquistato i biglietti e si recarono direttamente all’imbarco. Altri 20 minuti tra imbarco, viaggio e sbarco e furono a Brooklyn. Dal Brooklyn Pier 6 al 40 di Union Street c’erano altri 20 minuti a piedi.

Le notizie dei due fratelli Cataudella che arrivavano a Pozzallo erano buone. I due mandavano regolarmente soldi a casa. Pietro aveva conosciuto una brava ragazza, anche lei italiana, Maria Pollio e nel 1904 si sposarono. Sposarsi, in America, significava avere una posizione economica sicura. Giovanna, sorella di Pietro, pensava al figlio Giuseppe. A Pozzallo che futuro avrebbe mai potuto avere? Calzolaio come il padre e fare la fame? Marinaio o pescatore e rischiare la vita ogni giorno con magri guadagni? I suoi fratelli a New York erano un importante riferimento per il ragazzo. Gli zii lo avrebbero aiutato a trovare lavoro e lui avrebbe potuto stabilirsi, costruire una famiglia e aiutare quella rimasta a Pozzallo. Giuseppe, intanto, si dava da fare sulle barche da pesca pozzallesi e aveva anche adocchiato una ragazza alla quale aveva capito di non dispiacere. C’era un problema, però. Non poteva pensare a costruirsi una famiglia fintantoché le sorelle non avevano una dote sufficiente per potersi sposare. Fu a questo punto che decise di provare anche lui a emigrare in America. La madre mandò una lettera ai fratelli, li avvisò della decisione del figlio e aspettò pazientemente la risposta che arrivò dopo qualche mese. Giuseppe seguì le indicazioni e i suggerimenti dello zio Pietro. Pagarsi il viaggio non era cosa semplice. Riuscì a trovare un imbarco su una nave che andava negli Stati Uniti e, appena arrivato, disertò. Lo zio lo aspettava, lo ospitò e lo aiutò a trovare lavoro e lui lo ripagò delle spese per ospitarlo, si trovò un alloggio in Union Street e riuscì a mandare qualche dollaro a casa. Era il 1907 e il fatto che non fosse stato registrato in arrivo a Ellis Island dimostrava che l’ingresso nel paese nordamericano non era avvenuto regolarmente. Mise assieme un piccolo gruzzolo di dollari, tornò in Italia, completò la dote delle sorelle e si fidanzò in modo ufficiale con Giuseppa Giavatto, di dodici anni più piccola di lui. Pinuccia, come veniva chiamata, era nata a Scoglitti, ma con il padre Giuseppe e la madre, Concetta Marangolo, si erano trasferiti a Pozzallo perché il padre lavorava su barche da pesca di pozzallesi. Adesso si poteva pensare al matrimonio. Giuseppe ripartì nuovamente per l’America con lo stesso sistema. Trovò un imbarco a Genova e, arrivato a New York, sbarcò in franchigia e non fece più ritorno a bordo. Venne ospitato ancora una volta dallo zio Pietro e lavorò dove capitava. Abitava al 38 di Union Street quando il 21 febbraio 1909 venne raggiunto da Pietro Roseo che aveva sposato la sorella di Giuseppe, Antonia. Fra i pozzallesi e più in generale fra gli italiani, in quegli anni, esisteva una sorta di “ufficio di collocamento” basato sul passaparola. Se da qualche parte, negli Stati Uniti, c’era richiesta di lavoratori, partiva un tam-tam che presto arrivava in ogni angolo del paese. Nel 1910 Giuseppe si spostò a Logan, nella contea di Blair in Pennsylvania. La scoperta di grossi giacimenti di carbone richiedeva tanta manodopera e in quell’anno Logan contava 17 miniere di carbone. Certo, un marinaio non si trovava a proprio agio a fare il minatore, ma poteva occuparsi dei depositi di carbone all’aperto che veniva stoccato in attesa di essere caricato sui treni merci. Un lavoro pesante, certo, ma pagato bene. Grazie a questo lavoro Giuseppe mise da parte una somma sufficiente a pensare al futuro con maggiore serenità. Tornò in Italia. Non si sa come avesse fatto a regolarizzare la posizione sul libretto di navigazione, fatto sta che ancora una volta, nel 1911, si trovò a New York senza passare da Ellis Island. Un anno di lavoro intenso, probabilmente come scaricatore al porto di New York, e tornò nuovamente in Italia, questa volta per sposarsi. Era il 2 giugno 1912. Le due famiglie erano in festa per la celebrazione del matrimonio dei due ragazzi. Matrimonio certamente non sontuoso come quello dei nobili, ma certamente più che dignitoso, con qualche piccolo lusso pagato in dollari americani. I neo sposi stettero insieme appena un mese. Era arrivato il momento di ripartire. Il libretto di navigazione, ora, non serviva più. Giuseppe andò a Messina. Adesso aveva i soldi che servivano per acquistare un biglietto per New York ed essendo già stato in America non avrebbe avuto problemi arrivato a Ellis Island. Il 18/07/1912 partì con il piroscafo a vapore San Guglielmo. Traversata tranquilla. L’Atlantico a luglio è un mare calmo e in quindici giorni esatti, all’orizzonte, si vide chiaramente la fiamma della Statua della Libertà e piano piano il profilo di New York. Ai controlli sanitari e di frontiera diede ancora l’indirizzo dello zio Pietro che ora abitava al 16 di Union Street. Lo zio lo ospitò giusto qualche giorno per permettergli di trovare un posto dove abitare con altri pozzallesi e trovarsi un nuovo lavoro. Facchino, scaricatore di porto, muratore, imbianchino, quello che capitava. Visto che in America era così facile trovare lavoro, anche il fratello Angelo raggiunse gli zii, il cognato e il fratello. Angelo partì da Messina il 17 marzo 1914 con il piroscafo a vapore S.S. San Giovanni e il 6 aprile arrivò anche lui a Ellis Island. Non era più necessario provare a disertare. I comandanti, considerate le tante fughe, non concedevano più i pass ai membri delle loro navi, ma Angelo, grazie ai parenti, aveva i soldi per comprarsi un biglietto di terza classe e arrivare in modo regolare nel grande paese americano. Indirizzo di riferimento? Pietro Roseo, il cognato, che risiedeva al 40 di Union Street. Giuseppe non era a New York, probabilmente era tornato al villaggio minerario di Logan. Passarono diversi anni. Giuseppe lavorò senza sosta. Nel 1918 nacque a New York la Società dei Cittadini di Pozzallo con lo scopo di creare una rete di mutuo soccorso per i tanti pozzallesi che arrivavano a New York. Ora chi cercava lavoro, chi cercava un alloggio, chi aveva bisogno di aiuto nelle pratiche burocratiche aveva un riferimento certo. La Società divenne un importante punto di riferimento per la comunità pozzallese e anche Giuseppe e gli altri parenti usufruirono dei servizi della Società. L’economia americana viveva una crescita economica che sembrava inarrestabile fino a quando, improvvisamente, quasi senza alcun segnale premonitore, il 24 ottobre 1929 un primo tracollo della borsa di New York segnò una fase di grandissima sofferenza finanziaria che portò al fallimento centinaia di aziende e coinvolse, lentamente, l’economia mondiale. Era diventato difficile trovare lavoro e il costo della vita aveva subito un’impennata verso l’alto quasi uguale al crollo di Wall Street verso il basso. Giuseppe Reca tornò a Pozzallo. Aveva sufficienti risorse economiche per aspettare in Italia che l’economia americana si riprendesse. Tornò a fare il pescatore. Con i dollari messi da parte e il povero lavoro sulle barche da pesca locali la famiglia poteva stare tranquilla. Angelo, intanto, si era trasferito a Hackensack, nella contea di Bergen in New Jersey. Lontani dalla città le cose costavano meno e anche trovare lavoro era relativamente più facile. Le città americane erano diventate poli di attrazione per chi cercava lavoro perché speravano di avere maggiori opportunità nelle metropoli. La realtà era diversa. I fallimenti avevano lasciato sul lastrico gli imprenditori, ma avevano anche creato un livello di disoccupazione elevatissimo soprattutto nei lavori meno qualificati. Angelo abitava al 112 di Lodi Street, la via che rappresentava il cuore pulsante della comunità italo-americana. La città, capoluogo della contea, era al centro di intensi traffici commerciali ed Angelo pensò di avviare una piccola attività artigianale. Aveva vissuto tanti anni accanto al padre Michele e lo aveva aiutato, come tutti i fratelli, nel suo lavoro di calzolaio. Iniziò, così, a riparare scarpe. Giuseppe, intanto, vedeva diminuire il gruzzoletto accumulato e decise di tornare in America anche se la depressione economica americana non accennava a segni di ripresa. Il 3 novembre 1932 partì da Genova, da passeggero di terza classe, sul Conte di Savoia. Genova, Napoli, Palermo e il 7 dicembre passò la frontiera di Ellis Island. Con l’Immigration Act del 1924, per poter entrare negli Stati Uniti era necessario un visto rilasciato dalle autorità consolari americane. Giuseppe non ebbe difficoltà a ottenerlo perché era già stato negli USA, ma non avendo un alloggio doveva indicare un parente che avrebbe dovuto ospitarlo e quel parente era il fratello Angelo nel New Jersey. In effetti era diretto proprio da lui. Lo avrebbe aiutato nel suo lavoro di calzolaio in attesa di trovare un lavoro in qualche magazzino o in qualche fabbrica.

Giuseppe lavorò per tre anni a Hackensack finché il “tam-tam del lavoro” non lo portò a San Francisco. Michele Campanella aveva sposato Orazia Giavatto, sorella di Pinuccia, la moglie di Giuseppe. Michele, anche lui emigrato negli Stati Uniti, aveva trovato lavoro a San Francisco. Appena arrivato nella grande città californiana, si era offerto, da pescatore qual era, per lavorare a bordo dei pescherecci che affollavano il Fisherman’s Wharf. Si rivolse al più importante armatore di pescherecci, la società SF International Fish Company Ltd. di Giuseppe jr. Alioto. Venne immediatamente assunto. Michele era un pescatore, ma soprattutto era siciliano. La SF International Fish Company Ltd. era in forte espansione e aveva bisogno di marinai e pescatori esperti. Ed è così che Michele chiamò il cognato e gli propose di raggiungerlo a San Francisco. Lavorare su barche da pesca che andavano a motore, in grado di affrontare le temibili onde del Pacifico, garantiva buoni guadagni, ma anche maggiore sicurezza rispetto alle “pillazzare” o alle “paranze” di Pozzallo. Giuseppe accettò volentieri l’offerta di lavoro e si trasferì senza pensarci due volte a San Francisco.

Alle quattro di mattina dell’8 gennaio 1936, la Baia di San Francisco era completamente avvolta dalla nebbia. Gli equipaggi dei pescherecci della SF IFC si stavano radunando sul Fisherman’s Wharf. Faceva piuttosto freddo e c’era un forte vento da ovest. Nei giorni precedenti le barche erano state costrette a restare in porto per una tremenda tempesta che si era abbattuta sulla costa californiana. I banchi del pesce erano praticamente senza materia prima. Dell’equipaggio del peschereccio n. 5 facevano parte Michele Campanella, Giuseppe Reca, un altro pozzallese, Francesco Monte, e due palermitani, Filippo Busalacchi e Giovanni Tarantino. Le prime luci dell’alba facevano intravvedere in lontananza il Golden Gate in costruzione. Era praticamente ultimato e ora ci si poteva passare sotto senza alcuna restrizione. Giuseppe, la prima volta che lo aveva visto, era rimasto a bocca aperta. Il Golden Gate gli era sembrato più grande del ponte di Brooklyn, ma anche più imponente. Maestoso. Dopo qualche giorno, terminata la sorpresa, era rimasta comunque l’ammirazione per le capacità costruttive degli americani. I motori delle prime barche iniziarono a gracchiare e a uno a uno i pescherecci iniziarono a lasciare il molo. Tutti a bordo. Motore in moto, mollata la cima di poppa a sinistra, mollata quella di dritta e si iniziò a salpare l’ancora. Quando la catena fu perpendicolare, si innestò l’elica, si aumentarono i giri del motore e la barca iniziò a prendere abbrivio. Appena le luci del penitenziario di Alcatraz furono a 45° a dritta, una veloce accostata a sinistra e si puntò verso il canale del Golden Gate che immette direttamente sull’Oceano Pacifico. Gli effetti delle onde iniziarono già a farsi sentire facendo rollare la barca e, man mano che questa accostava, il rollio si trasformava in un fastidioso beccheggio. Quando passarono sotto il ponte aumentarono ancora i giri e si prepararono ad affrontare il mare aperto. L’area di pesca assegnata era a circa un miglio da Point Reyes. Il tipo di pesca effettuata era a strascico mediante “paranzella”, una tecnica di pesca simile a quella delle paranze del Mediterraneo, adattata alle barche e alle condizioni marine dell’Oceano Pacifico. Una rete, chiamata drag-net, veniva stesa fra due pescherecci e trainata. Praticamente appoggiata sul fondo, permetteva di pescare a profondità fra i 70 e i 100 metri catturando pesci di fondale come le sogliole, i merluzzi e gli halibut, ma anche granchi a profondità inferiori. Quel giorno i pescherecci che lavoravano in coppia erano il n. 5 e il n. 1. Le due barche raggiunsero la zona assegnata con molta fatica. Le onde residue della tempesta dei giorni precedenti erano ben formate e rendevano la navigazione difficoltosa. Gli equipaggi iniziarono a mettere in acqua la rete intorno alle nove. Faceva freddo, indossavano abbigliamento pesante, stivali e cerate perché erano esposti alle onde che salivano in coperta. Messa in acqua la rete, gli uomini si misero al riparo e si iniziò lo strascico. I timonieri dei due pescherecci faticavano non poco a tenere le barche parallele. Le onde venivano da ovest e le barche rollavano paurosamente. Dopo un’ora circa e poco più di mezzo miglio percorso, si decise di tirare su la rete. Se la pesca era stata fortunata, si poteva tornare in porto. Giuseppe fu il primo a uscire in coperta ed è in quel momento che un’onda colpì la fiancata di dritta del peschereccio facendolo sbandare a sinistra e salì in coperta. Giuseppe perse l’equilibrio, cadde, provò a rialzarsi, ma l’acqua lo sommerse e lo trascinò fuori bordo. I due equipaggi lanciarono immediatamente in mare i salvagenti, ma di Giuseppe Reca non c’era alcuna traccia, trascinato sul fondo dal peso dell’acqua entrata negli stivali. Passarono pochi minuti, mentre tutti cercavano disperatamente segnali della presenza del pescatore, quando un’altra onda fece cadere in mare un altro pescatore, un altro siciliano, Angelo Riggio, imbarcato sul peschereccio n. 1. Ancora urla, ordini, manovre, ma dei due uomini non c’era alcuna traccia. I loro corpi non furono mai ritrovati, trascinati dalle forti correnti chissà dove e dal peso del loro abbigliamento sul fondo dell’Oceano Pacifico.

©Antonio Monaca

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