La bambina sopravvissuta che indica gli assassini:

il dito di Dio nel delitto di Pozzallo.

 

1. Un paese che guardava il mare

“Comune di 9207 abitanti. Superficie ha. 2503. Altitudine m. 10. Territorio assai fertile. Rada molto ampia nella quale approdano al sicuro molte navi.”Dall’Annuario di Sicilia, La Trinacria, 1926

L’Annuario di Sicilia, La Trinacria, la guida commerciale e amministrativa dell’isola, la descriveva così quell’anno: territorio fertile, rada ampia, navi al sicuro, stazione ferroviaria, ufficio postale di seconda classe, telefono. Parole di ordinaria prosperità, di un luogo che sapeva come presentarsi al mondo. E c’era anche il cavo sottomarino che collegava la Sicilia a Malta, a sei ore di navigazione — un filo teso sott’acqua tra due mondi.

Ma la realtà che quelle parole non dicevano era un’altra.

La guerra aveva lasciato i suoi segni. L’epidemia di Spagnola aveva portato via i suoi morti. Da decenni, i giovani di Pozzallo partivano — verso l’America, chi poteva, verso l’Argentina chi non riusciva ad arrivare più lontano.Giovanni Colomboera uno di loro: era partito per gli Stati Uniti e ogni mese mandava un vaglia. Il regime fascista raccontava la favola del benessere diffuso, ma una gran parte degli abitanti viveva in condizioni di povertà, in alcuni casi estrema.

Era in questo clima — stretto tra il mare luminoso e la miseria quotidiana — che crescevano le invidie. Che i rancori si sedimentavano negli anni come fanno i detriti sul fondo della rada di Pozzallo. Che la delinquenza comune trovava il terreno fertile per svilupparsi nell’ombra.

Nel secondo semestre del 1925, in città era cresciuto il numero dei furti in abitazione. Ogni settimana qualcosa spariva — una casa svuotata di notte, i cassetti aperti al mattino, il vuoto dove c’era stato qualcosa. I Regi Carabinieri indagavano, i loro informatori giravano per le strade e i vicoli, ma non usciva niente. Era come interrogare il mare.

Era chiaro che si trattava di una banda. Era chiaro che qualcuno sapeva e non parlava. Il silenzio del paese aveva quella qualità particolare di chi conosce la risposta e ha deciso di tenerla per sé.

Nel dicembre del 1925, la banda colpì la chiesa madre, quella della Madonna di Portosalvo. Un furto sacrilego che scandalizzò l’intera comunità. Nella notte i malviventi, entrati dopo aver forzato la porta della sacrestia vecchia, portarono via un cuore di argento e un paio di orecchini dalla statua della Madonna e strapparono il tabernacolo che fu poi ritrovato in un “vignale” fuori dal paese, aperto, con le Sacre Particole sparse sul terreno senza la pisside e la teca di argento che conteneva la Particola grande.

Neanche quello aprì una crepa nel muro del silenzio.

Poi arrivò marzo.

2. Via Bagni

La casa di Marianna Emilio – detta Mariannina – stava in via Bagni, una casetta come tante. Suo marito Giovanni era in America, le mandava cinquecento lire al mese, e lei era una donna dotata di forte personalità. Risparmiava, prestava soldi alle vicine su pegno o dietro la sottoscrizione di cambiali per somme più rilevanti. Teneva i conti con la precisione di chi sa che il denaro non arriva da solo e dei sacrifici che lei e il marito affrontavano.

Nei primi di marzo aveva ricevuto seicento lire. Verso il dieci, era giunta la notizia di un vaglia in arrivo: diecimila lire.

Nel vicinato si sapeva tutto, sempre. Le parole scivolano sotto le porte, entrano nelle cucine, si depositano nei rancori vecchi. La notizia di quelle rimesse fece il giro delle case come fa il fumo nelle sere d’inverno.

Mariannina aveva due figlie: Angelina, dieci anni, e Maria, sei. La sera del sedici marzo le mise a letto, aspettò che si addormentassero, poi abbasso lo stoppino del lume e nella stanza scese l’oscurità.

Non immaginava che qualcuno, in una casa poco lontana, stava aspettando.

3. Il concerto

In casa di Giuseppe e di sua moglie, Francesca, all’angolo opposto a quello della casa di Mariannina, un gruppetto di persone si era riunito nelle sere precedenti. Il piano era fatto, i ruoli assegnati, le motivazioni chiare a ciascuno.

C’era Tommaso, il calzolaio. Portava sul viso la sua firma impossibile da cancellare: una cicatrice grande che gli attraversava la guancia. C’era Pietro, il fabbro, con i baffi grossi e neri che nessuno avrebbe potuto dimenticare. C’era Giorgio, che odiava Mariannina per via di vecchi rancori. C’era Giovanni, che non era nuovo a imprese ladresche e portava il carretto per la refurtiva.

Il risentimento aveva molte facce, in quella stanza. Alcuni avevano debiti con Mariannina e volevano riprendere i pegni senza pagare. Altri la odiavano da anni per una lite, una denuncia, una parola detta troppo forte. Francesca, moglie di Giuseppe, aveva le sue ragioni: Mariannina l’aveva querelata per diffamazione, e quella ferita, sentenziata dal Pretore di Spaccaforno, non era mai guarita.

Francesca aveva detto chiaro, incontrando Iolanda: «Suo marito ruba in America e noi paghiamo a lei gli interessi. Dobbiamo farle una suppappa.»

Il piano, ufficialmente, era un furto. Soltanto un furto. Ma Giuseppe, il marito, colui che da anni sgozzava gli agnelli con mano esperta, aveva portato con sé il coltello affilato. E gli uomini scelti erano, anche loro, armati di lame.

Per entrare in quella casa serviva però qualcuno di cui Marianna si fidasse. Qualcuno che potesse bussare alla porta di notte, inventare un pretesto, farsi aprire senza destare sospetti.

Iolanda era cugina di Marianna. Aveva i suoi pegni in quella casa. Masserizie lasciate in garanzia per un prestito di trecentocinquanta lire. Non era una cattiva donna, forse. Ma il debito pesava. E quando le spiegarono cosa doveva fare, disse di sì.

4. La notte di San Patrizio

Mentre a New York, per le strade di Brooklyn, la vivace comunità irlandese era in fermento per l’imminenza della festa del loro patrono e anche Giovanni Colombo, marito di Mariannina, era coinvolto da quell’aria festosa, a Pozzallo, nel buio della notte, le figlie di Mariannina dormivano già da qualche ora.

Maria, la più piccola, fu svegliata dalle urla di sua madre.

Aprì gli occhi nel buio appena rischiarato dal fioco chiarore del lume abbassato. Vide nella stanza tre figure. Vide quello che facevano. Poi sentì il dolore alla gola. Il coltello che la colpiva, che perforava la trachea. Poi non sentì più niente.

Uno dei tre mise un fiammifero acceso sotto le narici delle bambine. La fiamma non si mosse. Le credettero morte.

Mariannina giaceva sul pavimento in camicia, in una pozza di sangue scura, a qualche metro dal letto. Angelina era sul letto, nell’abbraccio immobile della sorella. La giugulare e la carotide recise con un colpo secco. I periti avrebbero scritto nei loro rapporti che la bambina era stata sgozzata come un agnello, con la lama penetrata nel collo dell’innocente come fosse burro e manovrata per allargare la ferita e favorire il dissanguamento. Una descrizione, quella del perito autoptico fatta con quella precisione tecnica dei medici che devono misurare anche le cose che non hanno parole. I tre assassini presero tutto quello che potevano. Cassettone, armadio, cassetti dei comodini. Tutto svuotato.

Pochi minuti e tutto tornò ad essere avvolto nel silenzio reso ancora più intenso dalle ali della morte che avvolgeva quella stanza.

Fuori, Giovanni aspettava, con il carretto, per portare via il frutto del terribile misfatto.

5. La mattina del diciassette

Prima delle nove, la sorella di Mariannina, Matilde, si impensierì. Non l’aveva raggiunta nella sua casa di via del Pozzo, come tutte le mattine, per prendere il caffè. Non aveva sentito i passi allegri delle bambine che la precedevano. Uscì, chiuse la porta di casa sua e con pochi passi raggiunse l’angolo con via Bagni. Guardò in direzione della casa della sorella. La porta era chiusa. La via era deserta e le sembrò piuttosto strano quel silenzio. Non si sentivano nemmeno le strida delle rondini che da qualche giorno erano appena tornate. Si avvicinò alla porta di via Bagni. Non era chiusa. Era socchiusa.

Il silenzio aveva un peso diverso dal solito.

Chiamò la sorella, varcò la soglia, si recò nella camera da letto. Nel buio della stanza, muovendosi a tentoni si diresse verso il balcone. Dopo pochi passì ebbe l’impressione di aver messo i piedi su qualcosa di scivoloso, come se stesse camminando su dell’olio e pensò che forse il lume era caduto a terra. Matilde arrivò alle imposte della camera da letto, le aprì e la luce entrò su quello che restava della vita di quella famiglia. Non era olio quello su cui aveva messo i piedi. Era sangue. Il sangue rappreso della sorella.

Gridò al soccorso. La casa si riempì di gente. I Regi Carabinieri arrivarono avvertiti dalla voce pubblica, che corre sempre più veloce delle gambe. Maria, che ancora respirava, fu portata di corsa a casa della nonna materna, dove il medico la visitò e disse quello che tutti temevano: pericolo di vita, ferita da arma da punta e taglio alla regione cervicale, perforazione della trachea. Ma era viva.

Quel fatto — per quella bambina di sei anni che respirava ancora — avrebbe segnato per sempre il corso della sua vita.

6. Il riconoscimento

Il maresciallo Lo Priore sedette vicino al letto della piccola. Lei aveva il collo fasciato, la febbre, gli occhi aperti su un ricordo che non se ne sarebbe mai andato. Parlò come poté, con le parole che riusciva a formare, la voce ridotta a un filo e disse che li aveva visti. Che li conosceva. Non sapeva i nomi, ma sapeva dove abitavano.

Il maresciallo seguì le sue indicazioni e si avviò lungo via Solferino. Incontrò Tommaso il calzolaio, quello con la cicatrice sulla guancia. Alla vista dei R. Carabinieri l’uomo impallidì in modo impressionante, come chi sente il pavimento cedere sotto i piedi. Fu fermato. Portato davanti alla bambina mescolato ad altri uomini.

Maria lo indicò subito. Lo indicò ripetutamente, con quella certezza silenziosa dei bambini che non sanno ancora mentire con il corpo.

Poi toccò a Pietro. Il figlioletto di Tommaso aveva detto ai Carabinieri che la sera del sedici il fabbro era venuto a chiamare suo padre, che erano usciti insieme, e che quando il padre era rientrato aveva sentito il bisogno di lavarsi le mani, cosa che non aveva mai fatto. I Carabinieri trovarono il fabbro. La bambina riconobbe anche lui. Con la stessa certezza. Con la stessa determinazione.

Due uomini in cella. La bambina ancora viva.

7.  Gli involti

I giorni seguenti portarono tutto il resto, come fa la marea: lentamente, inesorabilmente.

Il ventisette marzo i Carabinieri convocarono in caserma le vicine di casa delle vittime, tra cui le sorelle Iolanda e Concetta. Non dissero molto. Senza che lo sapessero furono messe sotto vigilanza. La mattina dopo, prima che facesse giorno, Iolanda uscì di casa con due grossi involti e cominciò a girare per il paese cercando qualcuno che glieli tenesse.

I Carabinieri la seguirono nell’ombra. Sequestrarono i pacchi a casa di Vincenzo, un lontano parente: contenevano indumenti di Marianna. Nel vignale Raganzino trovarono i resti di uno scialle nero, intriso di petrolio, parzialmente bruciato, dello stesso guardaroba. Iolanda aveva tentato di distruggerlo perché era riconoscibile, troppo riconoscibile.

Fu fermata anche lei. E parlò o meglio, disse quanto pensava bastasse per scagionarsi, torcendo la verità nella forma che le sembrava più sicura.

Disse di Giuseppe che la mattina del diciassette le aveva portato gli indumenti senza spiegazioni. Disse della riunione in casa sua, della moglie che aveva organizzato tutto e fece i nomi degli uomini che si erano radunati. Disse che doveva trattarsi solo di un furto — solo un furto, ripeteva — e che lei non sapeva che avrebbero ucciso.

Ma le dichiarazioni della piccola Maria — rese prima al maresciallo, poi al giudice, poi al padre tornato dall’America — disegnavano un’altra figura: quella di Iolanda stessa sulla soglia, quella notte, col pretesto in bocca e la porta aperta.

8. La banda

Il quadro si completò in pochi giorni, e quello che emerse non era solo un omicidio. Era il risultato dell’invidia, dell’odio, dell’avidità.

Gli uomini arrestati per la strage di via Bagni facevano parte della stessa banda che aveva svuotato le case del paese per mesi, settimana dopo settimana, nell’ombra, senza lasciare tracce. Erano gli stessi che avevano violato la chiesa madre nel dicembre del 1925, portando via quello che apparteneva alla Madonna di Portosalvo. Forse non sarebbero mai stati trovati. Forse il paese li avrebbe coperti per sempre, come aveva fatto fino ad allora.

Invece una bambina di sei anni aveva aperto gli occhi nel buio.

9. Il ritorno di Giovanni

Giovanni Colombo tornò dall’America su una nave che impiegò settimane. Quando arrivò, Marianna e Angelina erano già sepolte. Maria era viva, con una cicatrice sul collo, una voce che non sarebbe mai tornata del tutto com’era e gli raccontò tutto quello che ricordava. E ricordava ogni singolo istante di quella tragica notte.

Gli disse anche il nome di Giuseppe, il terzo uomo, quello che aveva il coltello e sapeva come usarlo, che sgozzava gli agnelli da anni con la stessa mano con cui aveva sgozzato sua madre e la sorella.

Giovanni rivisse quei momenti assieme alla figlia che singhiozzava durante il racconto e alla fine la strinse forte a sé quasi a chiederle perdono per non essere stato con loro a difenderle da quegli assassini.

10. La lettera

Il tre aprile 1926, il sacerdote E. Petrileggeri, parroco della Chiesa Madre Santa Maria di Portosalvo, scrisse al suo vescovo:

“Eccellenza Reverendissima, le comunico che in seguito al delitto commesso a Pozzallo, ove rimasero vittime una donna con una bambina, fatte diligenti ricerche dalle autorità di pubblica sicurezza, si son venute a scoprire con gli autori del surriferito delitto, quelli che commisero il furto sacrilego alla chiesa madre nel dicembre scorso, e tutti si trovano già in carcere.”

E poi, con la semplicità diretta di chi ha visto cose difficili da spiegare in modo razionale:

“Forse sarebbero rimasti sconosciuti anche quelli che commisero l’orrendo delitto se il Signore, quasi per miracolo, non avesse conservato una bambina di circa sei anni, che gli assassini credettero morta in seguito alle sue ferite e che poté indicare alla giustizia gli assassini della propria madre e dell’altra sorella di circa nove anni.Il popolo stesso, anche gli increduli, hanno riconosciuto il dito di Dio nello scoprimento del delitto come nella conservazione della bambina.

Il sacerdote non aveva torto. Quello che era accaduto, che una bambina sgozzata nel buio, lasciata per morta dai suoi assassini, avesse aperto gli occhi e ricordato ogni cosa, aveva qualcosa che andava oltre la logica ordinaria dei fatti. Almeno così la sentivano, in quel marzo del 1926, a Pozzallo.

Si poteva chiamarla la grazia. Si poteva chiamarla la casualità. Si poteva chiamarla la differenza tra un coltello che colpisce un millimetro più a sinistra e uno che colpisce un millimetro più a destra.

Comunque la si chiamasse, aveva un nome: Maria. Sei anni. Una ferita alla gola. Una memoria che non le avrebbe mai dato pace e grazie alla quale giustizia, alla fine, era arrivata.

Epilogo

Fuori, il mare di Pozzallo continuava a battere sugli scogli, indifferente come è sempre indifferente il mare. La rada ampia, dove approdavano le navi. Il cavo sottomarino che collegava l’isola a Malta, a sei ore di navigazione. Le colline fertili con i vigneti e i carrubeti e i fichidindia.

Ma sotto le parole dell’Annuario, sotto il telefono e l’ufficio postale e la festa della Madonna dell’Assunta il quindici agosto, c’era questa storia. Marianna, Mariannina, Emilio che spegne il lume. Angelina coi capelli sciolti sul cuscino. Maria rannicchiata contro la sorella.

E una bambina di sei anni che nell’oscurità apre gli occhi, e guarda, e ricorda.

Chi può e vuole reciti una preghiera per tutti i coinvolti in questa triste storia, per le vittime e per gli assassini.

©Antonio Monaca

La storia raccontata è realmente accaduta. Nonostante siano passati esattamente 100 anni dai tragici eventi e il diritto alla riservatezza è cessato, per evitare che “le colpe dei padri ricadano sui figli”, i nomi delle persone coinvolte sono inventati ad eccezione dei membri della famiglia Colombo ed Emilio e del maresciallo dei Carabinieri.

I contenuti di questo sito sono protetti da copyright e non possono essere copiati, riprodotti, trasferiti, distribuiti, licenziati o trasmessi in pubblico, o utilizzati in alcun altro modo ad eccezione di quanto è specificamente autorizzato dall’autore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi utilizzazione non autorizzata di questi contenuti, anche per le finalità di alimentazione di sistemi di Intelligenza Artificiale, così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questi contenuti non potranno in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’autore. In caso di consenso, tali contenuti non potranno avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam.Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.