Alle 20 è già buio pesto. L’ultimo raggio di sole è sparito sotto l’orizzonte da tre ore e mezza, ma c’è ancora del lavoro da fare. Nonostante i suoi 82 anni, Henry Ward non si risparmia. Da quando è morta la moglie, a soli 46 anni, nell’aprile dell’87, ha trovato nel lavoro la soluzione per tenere occupata la mente e tenere lontana la solitudine. La sua attività principale è il commercio del carbone necessario come carburante per le locomotive a vapore che si fermano alla stazione di New Haven Junction per rifornirsi e che si trova a poche decine di metri da casa sua. È un’attività ad alta redditività che gli ha permesso di mantenere un tenore di vita agiato e della sua agiatezza sono a conoscenza tutti gli abitanti del piccolo paese e di tutto il circondario. Accanto alla casa ha un fienile con degli stalli per cavalli che sono la sua passione e che rappresentano un’attività lavorativa aggiuntiva. Nella gestione degli animali e della stalla è aiutato da Burt Estey e H. C. Bristol che si occupano dei lavori più faticosi e ai quali, in cambio, Ward concede l’uso del ricovero per i loro animali. È la sera del 9 dicembre 1912.
La tavola è rimasta apparecchiata dal pranzo. Henry si siede, consuma una frugale cena. Indossa ancora la tuta da lavoro perché, prima di andare a dormire, vuole dare altra biada ai cavalli e prepararli per la notte. Mentre apre la porta si guarda intorno. Ha l’impressione di essere osservato. Stende il braccio con la lanterna per illuminare intorno, ma non vede nessuno. Entra e chiude la porta. Anche se sotto la tuta da lavoro indossa abiti pesanti, il freddo è intenso al punto che perfino le mani coperte da pesanti guanti sono un pezzo di ghiaccio. Appoggia la lanterna a terra per toglierseli e provare a scaldarli con il fiato. Ne ha appena tolto uno, quando sente un fruscio alle sue spalle. Non fa in tempo a girarsi. È un attimo. Una mano gli porta la testa violentemente indietro e sente un forte bruciore che parte da sotto il lobo dell’orecchio sinistro e velocemente si sposta verso destra. È la lama affilata di un rasoio che recide i muscoli del collo, carotide e giugulare di sinistra, apre la trachea togliendogli il respiro e finisce la sua corsa quando raggiunge la base del lobo dell’orecchio destro. Henry non sente più la lama che termina la sua corsa. Ha perso conoscenza. Crolla a terra con il sangue che esce dalle due carotidi come l’acqua da un rubinetto aperto completamente. L’aggressore, intanto, arretra, forse spaventato dal sangue che sente bagnare completamente la sua mano destra. Istintivamente, vedendo la pozza di sangue che si forma, cerca di contenerla coprendo la testa e il viso dell’ottantaduenne tirando la tuta da lavoro in modo da coprire il viso e la testa. Tutti sanno che Henry Ward ha l’abitudine di tenere un’ingente quantità di denaro nel portafoglio. È a quello che punta il ladro. Va a colpo sicuro. Il portafoglio è nella tasca superiore anteriore destra. Si inginocchia accanto al corpo esanime, lo gira sul fianco sinistro e lo blocca con la sua coscia per avere libere le mani ed estrarre, così il portafoglio. Alla fioca luce della lampada che Henry Ward aveva appoggiato a terra e per la fretta di agire, fatica a far uscire il bottone che tiene la patta della tasca. Finalmente il bottone esce dall’asola e l’assassino tira con forza il portafoglio. È stracolmo di dollari. Le dicerie erano confermate. Mentre si appresta a lasciare cadere il corpo, nota un oggetto metallico che appena sporge dalla tasca dei pantaloni. Infila la mano. È come pensava. Il vecchio ha in tasca un orologio. Non è d’oro, ma è comunque un bell’orologio. A quel punto lascia cadere il corpo e nell’alzarsi urta la lanterna che cade e si spegne senza rompersi. La fortuna pare essere dalla sua parte. Se non si fosse spenta, il petrolio avrebbe innescato un incendio facendo accorre in pochi minuti tutti il vicinato.
L’assassino, a questo punto, è libero di entrare in casa per cercare di racimolare qualche altra cosa. La porta del fienile è socchiusa. Uscendo, una folata di aria fredda lo investe. Non si vede anima viva intorno. New Haven Junction è una piccolissima stazione e i pochi abitanti che la abitano hanno costruito le loro abitazioni tutto intorno alla costruzione a servizio della ferrovia e l’annesso magazzino del carbone. Le case molto distanziate fra loro, permettono al criminale di muoversi, nel buio della notte, senza correre il rischio di essere visto. È una notte serena, ma senza luna. Illuminata solo dal chiarore tenue delle stelle. A passo veloce si avvia verso il retro della casa. Appoggia la mano sulla maniglia, la abbassa e la porta si apre. Quando lascia la maniglia, sente la mano appiccicosa. È il sangue di Henry Ward che comincia a rapprendersi. Entrato in casa accende una lampada che trova all’ingresso e comincia a rovistare nei cassetti. Sposta i mobili cercando soldi e preziosi nascosti. Non trova nulla e mentre si appresta a spostarsi nel salotto della casa il petrolio della lampada si esaurisce e la fiammella si spegne. Preso dalla rabbia, l’assassino, lancia la lampada fuori dalla finestra e fugge.
Alle otto e mezza il sole è sorto da un’ora e venti minuti, ma l’aria è ancora fredda. Nemmeno una nuvola in cielo, non un filo di vento. Un pennacchio di fumo denso, grigiastro si alza dalla locomotiva ferma sotto il serbatoio dell’acqua della stazione. Burt Estey e Henry Bristol discutono sul lavoro da fare nel corso della mattinata mentre si avvicinano al fienile di Henry Ward. Il vecchio non si vede in giro. Conoscendolo i due pensano che abbia lavorato fino a notte tarda e starà ancora dormendo. Burt solleva la barra di legno che fa da lucchetto alla porta e la tira con forza aprendola completamente. A pochi metri dall’ingresso vede subito il corpo a terra con attorno una pozza di sangue rappreso. Burt e Henry pensano ad una caduta accidentale, si precipitano dentro il fienile per prestargli soccorso, ma si accorgono subito del profondo taglio al collo. Sono impietriti. Chi poteva accanirsi così contro un povero vecchio? Escono di corsa dal fienile chiamando la gente a raccolta e poi corrono alla stazione dove c’è un telefono per avvisare lo sceriffo di Middlebury da cui New Haven dipende. Lo sceriffo Smith invia immediatamente il suo vice, Noble Sanford ed immediatamente iniziano le indagini con l’interrogatorio dei due scopritori del delitto.
Nessuno, nei giorni precedenti, ha notato movimenti sospetti né ci sono stati fatti che avrebbero potuto far pensare a un delitto così efferato. A dire il vero, negli ultimi mesi, dalla stazione di New Haven Juction sono passati tanti operai, dipendenti dalla Bristol Railroad Co., impegnati nei lavori di manutenzione della strada ferrata, ma si tratta sempre di gente di passaggio, che non ha creato nessun tipo di problema alla piccola comunità. Si tratta di stranieri, in gran parte immigrati, in gran parte italiani. È proprio questa la direzione verso la quale si indirizzano i sospetti e le indagini del vicesceriffo. Italiani e irlandesi sono pericolosi. È gente che non ha voglia di lavorare, sporca, ha sempre un coltello in tasca e non disdegna di usarlo, cerca sempre di attaccar briga e fanno un uso smodato di alcol. Gentaglia, insomma. Qualcuno di loro avrà notato quel portafoglio di Henry Ward e avrà deciso di commettere il furto. Parte la caccia “all’italiano”. Ognuno degli interrogati suggerisce all’investigatore possibili assassini fino a che l’attenzione si focalizza su di uno in particolare.
Un italiano era a New Haven Juction nel pomeriggio del 9 dicembre. Si era spostato da Rutland, dove risiede, per cercare lavoro. Ha passato la notte a New Haven perché non ha fatto in tempo a prendere l’ultimo treno per Rutland. La mattina del 10 dicembre, mentre gli abitanti del piccolo borgo sono in subbuglio, si reca alla stazione e prende il primo treno per tornare a casa ed è alla stazione che viene a conoscenza di quanto successo. Il vicesceriffo Sanford, intanto, ha velocemente ascoltato una prima volta tutti i possibili testimoni e viene a sapere che solo uno straniero è stato notato: l’italiano. L’italiano che cercava lavoro, possibilmente nel settore ferroviario visto che aveva esperienza in questo settore, che probabilmente conosceva Henry Ward perché considerato punto di riferimento a causa della sua attività di commerciante di carbone ad uso ferroviario, che era l’unico forestiero in giro quel giorno, che era italiano, appunto. Noble Sanford chiama dal telefono della stazione il suo ufficio di Middlebury e racconta del suo sospetto. Appena il treno arriva, lo sceriffo e un suo assistente salgono a bordo, lasciando a terra, a sorvegliare il binario, due altri agenti, e cercano di individuare l’italiano. Hanno una sommaria descrizione del sospettato. È vestito decentemente, è rasato, è di razza “caucasica”, come vengono identificati gli europei, ed è di corporatura media. Lo individuano facilmente considerato anche i pochi passeggeri a bordo e lo arrestano. Il pover’uomo non oppone resistenza, ma non avrebbe avuto motivo per farlo. Sa di non aver commesso nessun reato. Di certo c’è solo l’atteggiamento dello sceriffo, alquanto violento nell’esecuzione dell’arresto. Dopo averlo fatto alzare, gli chiede se è italiano e, avuta la conferma, estrae la pistola, imitato dal suo assistente e ordinandogli di alzarsi in piedi e di porgere i polsi si è affretta ad ammanettarlo e a procedere alla perquisizione. Subito dopo il fermato viene spinto per il corridoio del treno fino alla prima uscita dove ad aspettarlo c’erano gli altri due agenti con le pistole spianate. Qualcuno dei passeggeri chiede all’assistente dello sceriffo cosa stesse succedendo, cosa avesse fatto quell’uomo ricevendo in risposta un “state tutti fermi, quest’uomo è un pericoloso assassino”. È così che il fermato viene a conoscenza del suo capo d’accusa e immediatamente, collegando le cose, si rende conto che lo ritengono responsabile dell’assassinio del vecchio possidente di New Haven. Sulla banchina della stazione cerca di discolparsi in un inglese, definito dai cronisti, abbastanza buono, ma è tutto inutile. Portato nell’ufficio dello sceriffo subisce un primo interrogatorio. Si chiama James (Giacomo) Miner, è un l’operaio italiano impiegato nei lavori di manutenzione della Rutland Railroad e nel corso della scorsa estate per la Howe Scale Works a Rutland. Racconta i motivi che lo hanno portato a New Haven, fa i nomi di chi ha incontrato, conferma di aver chiesto lavoro anche a Henry Ward ricevendo solo il classico “ti faccio sapere se ho lavoro per te”, e di aver chiesto lavoro anche alla locale fornace per la produzione di calce ricevendo, anche in questo caso un rifiuto. D’altra parte, in inverno, le attività subiscono un ridimensionamento. In Vermont la stagione è molto fredda, con abbondanti precipitazioni nevose che rendono difficile qualsiasi attività lavorativa. I lavori di manutenzione della rete ferroviaria subiscono un brusco arresto, i lavori dei campi, a causa della neve e del gelo, si fermano, la fornace per la produzione di calce viene spenta e si fanno solo i lavori di manutenzione che non possono essere svolti nella fase di attività. Giacomo non aveva nessuna possibilità di trovare lavoro a New Haven anche se qualche amico gli aveva prospettato la probabilità di essere assunto da Ward visto che la sua attività non aveva periodi di crisi perché le locomotive avevano sempre bisogno di carbone per alimentare le loro caldaie.
Mentre al momento dell’arresto la perquisizione serviva ad accertarsi che non fosse in possesso di armi, ora serviva a cercare prove della rapina e del conseguente assassinio. Niente. I vestiti erano puliti. Nessuna macchia di sangue. Considerato che Henry Ward era stato sgozzato, il sangue fuoriuscito dalle carotidi avrebbero sporcato chiunque si fosse trovato a meno di venti centimetri dall’ucciso. Non risultava che Giacomo Miner avesse con sé bagaglio all’arrivo a New Haven e nemmeno ne aveva sul treno. Ipotizzando che si fosse cambiato d’abito bisognava pensare che qualcun altro lo avesse aiutato. Un altro particolare lascia lo sceriffo deluso. Il fermato ha con sé qualche dollaro e pochi centesimi. Che fine hanno fatto i soldi del portafoglio di Ward? E l’orologio? Li ha nascosti prima di salire sul treno? E dove? Bisogna ancora pensare che avesse avuto un complice locale? Queste non sono prove. Sono solo indizi e per di più senza fondamento. L’italiano è in carcere solo perché italiano e lo sceriffo sa che non potrà tenercelo per molto tempo se non saltano fuori delle prove vere o se non viene individuata una pista investigativa più valida. E infatti restò in carcere solo una notte. Il giorno dopo fu liberato non sussistendo prove sufficienti per incriminarlo.
Intanto sul corpo di Ward, che era stato trasportato nell’obitorio del General Hospital Society of Connecticut di New Haven, viene effettuata l’autopsia dai dottori B.H. Stone e C.F. Dalton di Burlington che sono stati convocati per la mattina dell’11 dicembre. L’esame autoptico conferma che la morte è sopraggiunta a seguito di dissanguamento rapido, conseguenza della profonda ferita alla gola che ha comportato una emorragia inarrestabile, e della contemporanea asfissia provocata dal sangue riversatesi nei polmoni a causa del taglio della trachea. Nel pomeriggio, il cadavere viene riportato a casa e un’agenzia di pompe funebri di Bristol lo prepara per il funerale che si svolgerà il giorno dopo. Henry Ward sarà seppellito nel cimitero Evergreen di New Haven, accanto alla moglie, scomparsa quindici anni prima.
Alle 19,30 dell’11 dicembre, a West Addison, lo sceriffo di Bristol, George Farr, lo sceriffo di Vergennes, Henry Fiaber, arrestano un certo Charles Myers che era stato visto aggirarsi, con fare furtivo, nei boschi che circondano la stazione di New Haven Junction. Il nuovo inquisito, però, nega con veemenza di avere a che fare con il brutale omicidio. Anche lui viene rinchiuso in una cella in attesa di essere interrogato. Gli investigatori, però, non sono ancora soddisfatti. Bisogna indagare mentre il caso è ancora caldo per evitare che l’assassino abbia tutto il tempo di nascondere le prove. L’attenzione è concentrata, in particolare, su un uomo già noto alle cronache giudiziarie. Si chiama John Rock. Le sue risorse economiche sono notoriamente scarse eppure è entrato in una barberia di Vergennes, si è fatto rasare e quando è venuto il momento di pagare, dal cappotto che aveva appoggiato sulla spalliera di una sedia, ha estratto un portafoglio che sembra stracolmo di dollari. Il barbiere, sbirciando, ha cercato di capire se la sua impressione fosse corretta, ma l’uomo, indossando rapidamente il cappotto si è velocemente dileguato. Questo strano comportamento ha insospettito il barbiere che ha subito mandato il suo garzone ad avvisare lo sceriffo, ma l’uomo, nel frattempo, è scomparso.
Continua senza sosta la ricerca di possibili indiziati, principalmente fra i gruppi di immigrati italiani, ma pare che l’assassino di Ward sia sparito. Gli sceriffi di tutta la contea di Addison sono impegnati nella ricerca di sospetti. Gli agenti hanno mobilitato i loro informatori e possono contare sull’aiuto dei residenti spaventati dall’atrocità del delitto. È grazie a questa mobilitazione che la vigilia di Natale, da New Haven, lo sceriffo Fred Rowely arriva a Burlington con un prigioniero. Si tratta di un operaio che lavora nella fornace per la calce di New Haven Junction. Il suo nome è George Barnard. È accusato di aver provocato un principio d’incendio che sicuramente avrebbe ucciso un suo amico se questi non si fosse svegliato in tempo per spegnerlo sul nascere. Lo scopo dell’incendio era di rapinare, James Murphy di circa 114 $ che teneva in cucina, vicino alla stufa. Barnard e Murphy erano andati a divertirsi in un locale di Vergennes dove avevano consumato tanto alcol. Prima di lasciare il locale avevano comprato una bottiglia di whiskey a testa che avrebbero consumato lungo la strada per New Haven Junction. Arrivati alla baracca che Murphy si era costruito, Barnard aveva proseguito per casa sua. In realtà si era nascosto mentre l’amico entrava nella baracca. Nonostante l’ingente quantità di alcol assunta, Murphy, entrando in casa, si sentì gelare. Il vento gelido si insinuava fra le fessure delle tavole rendendo la baracca una ghiacciaia. Prese dei fogli di carta, li mise dentro la bocca della stufa e li usò come innesco per i pezzi di legno e carbone che erano nella camera di combustione. Alimentò la fiamma con qualche altro pezzo di carta fino a quando si avvide dei pezzi di carbone che cominciavano ad ardere. Mise tutte e due le mani davanti all’apertura per scaldarle e quando il tepore iniziò a diffondersi si spostò nella camera da letto, lasciando aperta la porta della stanza per favorire la diffusione del calore, e si mise sotto le pesanti coperte. La stanchezza e l’alcol fecero la loro parte. Murphy si addormentò quasi subito. Passarono quindici o venti minuti e si svegliò in preda a violenti colpi di tosse. La casa era invasa da una densa coltre di fumo. Non riusciva a respirare. Accanto alla stufa c’era una bacinella piena d’acqua che buttò nella camera di combustione sollevando una nuvola di cenere e vapore e finalmente raggiunse l’uscita appena in tempo prima di perdere conoscenza. Il fumo fu notato da un vicino di casa che diede l’allarme e in breve tempo, armato di secchi d’acqua, tutto il vicinato era attorno alla piccola baracca per prestare soccorso a Murphy, ma anche per evitare che un eventuale incendio potesse mettere a rischio le loro case. Murphy, che nel frattempo si era riavuto, rientrato in casa, si accorse subito della sparizione dei soldi immaginando subito chi poteva essere stato. Il giorno dopo Barnard fu trovato in possesso di una banconota marchiata con il timbro della Middlebury Bank, riconosciuta da Murphy come una di quelle che costituivano la mazzetta dei dollari spariti. La baracca di Murphy si trovava a poche decine di metri dalla casa di Henry Ward. A questo punto il sospetto che George Barnard possa essere l’assassino di Ward è molto forte e quindi viene accusato della rapina a Murphy e del tentativo d’incendio con in più dell’assassinio del ricco possidente. Caso risolto? Solo un’illusione. Non è possibile che Barnard possa aver speso, in così poco tempo, i duemila dollari rubati dopo l’omicidio e dalle perquisizioni effettuate non è stato rinvenuto l’orologio di Henry Ward né vestiti sporchi di sangue. Nessuno degli abitanti di New Haven e dei paesi vicini ha notato un cambio nel tenore di vita di Barnard. Uno come lui, che ha sempre vissuto di espedienti, con tutti quei soldi in mano non si sarebbe di certo trattenuto dallo spenderli. Interrogato dallo sceriffo, ammette il furto a Murphy ma nega fermamente di essere l’assassino di Ward. A questo punto, il Procuratore Generale della Contea di Addison chiede aiuto ad una agenzia di investigazioni private, la Wood-Morgan di Boston.
Tutte le informazioni disponibili vengono passate alla Wood-Morgan che inizia dal riesaminare le posizioni di tutti i sospettati arrestati e poi liberati. L’agenzia mette in atto tutte le tecniche investigative di cui è capace, i suoi migliori investigatori passano mesi a vagliare ogni singolo indizio. Le indagini non fanno un passo avanti. L’assassino o gli assassini, perché si pensa che ad agire quella notte del 9 dicembre siano state almeno due persone, non hanno lasciato tracce utili. Nessuno è stato notato spendere soldi in modo non consono al proprio tenore di vita normale. È stato furbo oppure non è del Vermont? Il costo dell’agenzia di investigazioni comincia a pesare sul bilancio della contea e il 1° settembre 1913 le ricerche vengono interrotte, ma l’ufficio del Procuratore Generale non vuole rassegnarsi anche perché gli abitanti di New Haven continuano a chiedere giustizia.
Pochi mesi dopo, nell’autunno del 1913, una svolta improvvisa nelle indagini. Alcuni indizi trascurati nel corso delle indagini sul tentativo di incendio innescato da Barnard, portano gli investigatori ad ulteriori ricerche e il 16 marzo 1914 fu convocata una giuria speciale nella contea di Addison per presentare le prove raccolte e richiedere l’autorizzazione ad incaricare nuovamente l’agenzia Wood-Morgan di approfondire queste prove per giungere alla cattura degli assassini. Si, assassini perché le prove mostrano che quella notte, ad agire contro Henry Ward sono state due persone. Tutti gli indizi trovati portano in un’unica direzione. Gli assassini sono due, sono italiani, vivono a New York ed è questo il motivo perché nella contea di Addison nessuno ha notato comportamenti anomali. Dall’analisi dei registri contabili della compagnia ferroviaria sono saltati fuori due nomi. I due hanno lo stesso cognome e sicuramente sono fratelli, hanno lavorato a New Haven Junction e conoscevano molto bene Henry Ward. Nessuno li aveva messi in relazione con l’omicidio perché da quasi sei mesi lavoravano nel piccolo borgo ed erano conosciuti come bravi operai, tranquilli, che non avevano mai dato problemi anzi erano ben voluti da tutti gli abitanti. Solo ora qualcuno si è ricordato che l’ultima volta che erano stati visti coincideva con il giorno precedente l’omicidio. I due pare siano fratelli. Oltre ad essere italiani, c’è un’altra cosa che gioca a loro sfavore: sono siciliani. Siciliani? Mafiosi! Gente che è abituata a camminare con un coltello in tasca e non si fa scrupolo di usarlo. Si tratta dei fratelli Giovanni e Giuseppe Colombo.
Appena il caso è riaperto, il Procuratore Generale di Addison incarica l’investigatore privato Hofard W. Morgan, uno dei titolari della Wood Morgan Agency, di trovare i due italiani e di trarli in arresto. Dopo giorni di ricerche, Morgan, conclude che i due sono ritornati in Italia dove avrebbero potuto spendere i soldi rubati a Ward senza destare sospetto potendo dichiarare di aver fatto fortuna negli Stati Uniti. È così che l’investigatore riceve l’incarico di partire per l’Italia con la prima nave utile. Porta con sé tutte carte ufficiali con l’esito delle indagini e le prove raccolte contro i due fratelli. Morgan arriva a Genova il 29 marzo. Si reca subito al consolato americano dove un funzionario gentilissimo lo mette in guardia su quanto sia burocratizzata l’amministrazione della giustizia in Italia. Non sarà facile trovare i due fratelli e quando li avrà trovati dovrà convincere prima la polizia e poi il giudice competente sul territorio a trarli in arresto. Morgan ha tutte le prove che servono all’incriminazione davanti alle quali nessun giudice può obiettare alcunché. Deve raggiungere Pozzallo. Alloggia a due passi dalla stazione, al Grand Hotel Savoia che si affaccia su piazza Acquaverde e in mattinata un funzionario del consolato lo accompagna in stazione e lo aiuta per l’acquisto del biglietto. Sarà un lungo viaggio. Il 31 marzo si alza presto, fa un’abbondante colazione al bar dell’albergo e si avvia verso la stazione. Il treno che ha deciso di prendere per Roma parte alle 9,52 e l’arrivo è previsto per le 19,15 giusto in tempo per prendere il treno per Siracusa la cui partenza è prevista per le 20 con arrivo alle 16,30 del giorno dopo. Arriva con una mezz’ora circa di ritardo e si meraviglia delle condizioni meteorologiche che trova al punto che decide di fare una passeggiata, considerato che il treno per Pozzallo partirà alle 19,30. Lascia i bagagli al deposito e si avvia lungo la strada che arriva fino al centro, fino a Ortigia. È tentato di fermarsi per una notte, ma deve portare a compimento il suo compito prima possibile. Ritorna alla stazione, ritira il bagaglio e si avvia verso la banchina dove si trova già il treno che lo porterà a Pozzallo. Sale sull’ultimo vagone del treno perché, in questo modo, il vapore mischiato con la cenere di carbone che esce dal fumaiolo, sollevandosi verso l’alto, non entra dentro il compartimento risparmiando i passeggeri dal fastidio provocato da quel pulviscolo. La stanchezza del viaggio si fa sentire. I vagoni hanno sedili in legno che di certo non offrono il massimo confort. Non ci sono molti passeggeri a bordo. Il viaggio prosegue tranquillo. Certo le ferrovie italiane non hanno la stessa qualità di quelle americane, ma sono abbastanza efficienti anche se i convogli si muovono a velocità più basse a causa dei tracciati ferroviari che, per la conformazione del territorio italiano, hanno molte curve e gallerie non permettono di raggiungere le velocità massime permesse dalle locomotive. Morgan approfitta del tempo che resta per controllare e ordinare le carte con le prove contro i due fratelli Colombo. Prima di partire dagli Stati Uniti aveva fatto fare una traduzione così da risparmiare tempo quando le avrebbe presentate alle autorità italiane. Alla partenza da Rosolini chiede al controllore quanto manca per arrivare a Pozzallo. Morgan parla l’italiano abbastanza bene, ma tra il rumore delle carrozze e la pronuncia, questi, non lo capisce ed è costretto a ripetere due volte la richiesta. Finalmente il controllore, anche per la mimica di Morgan, afferra il senso della domanda e gli fa segno con le mani che manca circa mezz’ora. «Spaccaforno, stazione di Spaccaforno» urla il controllore dopo circa quindici minuti e dopo altri quindici, finalmente, un altro avviso urlato per sovrastare lo sferragliare delle ruote fra gli scambi «Pozzallo, stazione di Pozzallo». Sono le 21,40. Il capostazione è sul marciapiede con una lanterna a luce rossa. La locomotiva rallenta sbuffando fino ad arrestarsi completamente. Morgan scende, barcollando per la stanchezza, trascinando giù dal treno le due valigie che ha con sé. Non scende nessun altro e la stazione, se si eccettua il capostazione che dà il via libera al treno, è completamente deserta. La locomotiva riparte sbuffando e l’americano si avvia verso l’uscita della stazione. Ha appena superato il cancelletto quando vede una carrozza ferma, con il fanale acceso e un uomo che sta legando le redini del cavallo ad un anello sul muro. L’uomo, evidentemente il cocchiere, si gira e saluta «sabbinirica». Morgan non capisce. Cos’ha detto quell’uomo? Si limita ad un cenno della testa, si guarda intorno. È tutto buio. Solo qualche debole luce in lontananza. La strada che scende verso le case è quasi completamente buia. Ma dov’è andato a finire. Abituato alle luci di Boston, ma anche di New Haven che da anni avevano l’illuminazione elettrica, si chiede come questa gente potesse vivere in questo buco. Si avvicina e chiede se può portarlo in qualche albergo. Il cocchiere capisce subito di avere davanti un americano e un americano che arriva a Pozzallo e non è pozzallese equivale a dire “dollari”. Certo – risponde – e fa per prendere le valigie e la piccola borsa dove l’investigatore conserva tutte le carte che provano la colpevolezza dei due fratelli Colombo. Morgan cede le valige, ma trattiene la borsa stringendola con maggior forza. Il cocchiere sistema i due bagagli nella parte posteriore della carrozza e, facendo segno con la mano, invita lo straniero a salire sulla carrozza, «Voscenza s’acccomodassi», scioglie le briglie e con un balzo sale a sua volta. Basta un fischio debole e il cavallo inizia ad avanzare. Il cielo è illuminato dalla luna crescente che si avvia al tramonto. Morgan guarda estasiato il cielo stellato sopra la sua testa e si meraviglia del silenzio che lo circonda rotto solo dal rumore degli zoccoli del cavallo e delle ruote della carrozza. Scendendo per la via della stazione, impiegano circa 15 minuti per arrivare all’Albergo Italia. Nonostante Pozzallo sia un piccolo paese, grazie all’intenso traffico mercantile, c’è sempre un gran via vai di persone e, quindi, c’è anche bisogno di ospitarli. Nel 1914 ci sono quattro alberghi. L’Albergo Italia, quello di Isabella Pitino, quello di Giovanni Ruta e il più antico di Antonino Montalto. Ovviamente il cocchiere porta Morgan all’Albergo Italia che è un po’ più raffinato degli altri che sono semplici affittacamere per di più con i servizi in comune. Accompagna l’investigatore fino alla porta e chiama il proprietario, quindi aspetta di essere pagato. Morgan estrae il portafoglio dalla tasca interna della giacca, prende un biglietto da 5 dollari e lo porge al cocchiere chiedendogli di ritornare l’indomani, alle 8, per accompagnarlo dall’autorità di polizia locale. Il cocchiere, felicissimo, quasi non crede ai suoi occhi e dopo un’infinita quantità di inchini, risale sulla carrozza tutto contento, convinto di aver fatto un buon servizio. Augura la buona notte allo straniero che nel frattempo ha già varcato la porta dell’albergo porgendo i documenti al portiere.
Alle 8 in punto il cocchiere è davanti alla porta dell’albergo e Morgan esce nell’istante stesso in cui l’uomo scende dalla carrozza. Gli fa un cenno con la mano e stringendo la borsa sale. È un uomo di poche parole pensa il cocchiere. Risale, torna al suo posto, altro fischio e il cavallo comincia a muoversi. Poche decine di metri e sono davanti alla caserma dei Regi Carabinieri. Morgan scende dalla carrozza e accompagnato dal cocchiere, che questa volta rimedia solo un dollaro, bussa alla porta della caserma. Passa qualche minuto e un carabiniere con la giubba aperta, sbadigliando e anche infastidito perché ha passato tutta la notte di guardia, apre la porta e si trova davanti i due uomini. Riconosce subito il cocchiere, ma l’altro non l’ha mai visto. «Chi c’è, chi buliti astura?» Il cocchiere non fa in tempo ad aprir bocca che è preceduto dall’americano. «Mi chiami il suo comandante.» L’autorevolezza dell’uomo mette in difficoltà il carabiniere. Nota lo strano accento e solo di una cosa è certo: quell’uomo sembra essere uno potente. Lo fa entrare e gli fa cenno di sedersi nella piccola stanza dove ci sono un paio di sedie. Si abbottona la giubba dandosi una sistemata alla divisa e rivolgendosi allo straniero, con fare ossequioso, lo prega di aspettare mentre va a chiamare il comandante.
Il comandante di quella piccola stazione dei Regi Carabinieri è il maresciallo Di Bella che abita in un piccolo appartamento ricavato nei locali della stazione. Il piantone bussa alla porta che separa la casa del maresciallo dalle quattro stanze della caserma e aspetta. Passa qualche minuto e nessuno risponde. Quando il piantone sta per battere di nuovo alla porta, questa si apre ed ecco il maresciallo Di Bella con la divisa in perfetto ordine. Il carabiniere scatta sugli attenti notando una smorfia di disappunto sul volto del maresciallo che immediatamente attribuisce alla condizione disordinata della sua divisa. «Comodo. Che c’è? È successo qualcosa? E aggiustati la divisa!» esclama il comandante. Il carabiniere lo mette a corrente dell’arrivo di questo straniero che ha chiesto di parlare con lui aggiungendo che dà l’impressione di essere una persona importante. «Va bene, fallo entrare nel mio ufficio e aspetta con lui.» Se questo straniero è una persona importante bisogna presentarsi bene – pensa fra sé il maresciallo – e rientra nel suo appartamento, si guarda allo specchio, la divisa è perfetta, riapre la porta e entra direttamente nel suo ufficio. Morgan è seduto davanti alla scrivania con la borsa sulle ginocchia. Il piantone accanto alla porta che lo osserva cercando di dedurre qualche dettaglio per cercare di capire cosa potesse volere questo straniero. Sente puzza di lavoro in vista e la cosa non gli fa di certo piacere.
Pozzallo, in quegli anni, è un piccolo paese della provincia di Siracusa e conta 7897 abitanti. Fa parte del collegio elettorale di Modica e dal punto dell’amministrazione giudiziaria appartiene a Mandamento di Spaccaforno. Nonostante le dimensioni, però, è una cittadina molto vivace dal punto di vista commerciale grazie al fatto che la sua rada permette il rifugio di velieri e rappresenta un punto di imbarco di merci provenienti da tutta la provincia, ma anche prodotti dell’agricoltura locale. I “bastimenti” dei pozzallesi fanno navigazione di cabotaggio (navigazione costiera) dirigendosi in tutti i porti del Mediterraneo. Nel 1914 sono 14 gli armatori che possiedono una o più navi e che garantiscono il trasporto di vino, carrube, grano, sapone, prodotti a Pozzallo in tutta la Sicilia, a Malta e in tutti i porti d’Italia. Sono presenti sei agenzie di assicurazione di cui una si occupa solo di assicurazione dei trasporti. Tre spedizionieri, Serafino Arezzo, Serafino Cacciatore e Carmelo Pluchinotta, si occupano dell’organizzazione dei trasporti marittimi. Il dott. Francesco Paolo Giunta è Vice Console Britannico e il comm. Giacinto Pandolfi, per non essere da meno, è Agente Consolare Ellenico. La sicurezza pubblica è affidata ai Regi Carabinieri comandati, come abbiamo visto, dal maresciallo Di Bella. Un ufficio doganale si occupa della riscossione dei dazi e una Compagnia della Guardia di Finanza, al comando del Capitano Gaetano Puglisi, si occupa del contrasto al contrabbando. Nel 1914 il sindaco di Pozzallo è il dott. Francesco Paolo Giunta aiutato, nell’amministrazione, della cittadina da tre assessori, il cav. Corrado Scala, il cav. Raffaele Pandolfi e il notaio Antonino Santangelo che, essendo avvocato, è anche il Conciliatore locale. In orario diurno, presso la stazione ferroviaria, è aperto un ufficio telegrafico e Pozzallo è un importante snodo della rete telegrafica di Pozzallo perché è collegata da un cavo sottomarino all’isola di Malta. La festa religiosa più importante è quella della Madonna Assunta che si celebra il 15 agosto e ogni anno, il sabato che precede la prima domenica di marzo, si tiene una fiera che vede confluire ambulanti da tutta la Sicilia Sud Orientale. Non si contano, poi, le botteghe che vendono un po’ di tutto, i fabbri, gli scalpellini, i falegnami eccetera eccetera. L’assistenza sanitaria è garantita da due medici, il dott. Ascenzo e il dott. Franzo, da quattro levatrici, Rosa Caserta, Lucia Agnello, Concetta Scala e Concetta Giannone a cui si affiancano la farmacia di Antonino Caldarella e quella di Carlo Curcio.
Nonostante questo apparente benessere, la realtà è molto diversa. Poche famiglie, circa il 20%, detengono il 70% della ricchezza, mentre l’80% delle famiglie che restano, spesso molto numerose, hanno a loro disposizione quello che resta. La conseguenza è che le condizioni di vita sono molto precarie per la stragrande maggioranza dei residenti che devono arrabattarsi per sopravvivere. A questo si aggiungano le frequenti perdite di vite umane a causa di naufragi e disgrazie in mare che privano le famiglie dell’unica fonte di sostentamento rappresentata dal lavoro del capofamiglia. A causa di queste difficoltà in tanti pensano di emigrare in America o in Argentina. Dall’America, in particolare, arrivano notizie di grande disponibilità di lavoro e della possibilità di poter diventare ricchi con notevole facilità. I pozzallesi che emigrano negli Stati Uniti, nella prima decade del Novecento, sono diverse decine. Fra questi ci sono due dei dieci figli di Carmelo Colombo e di Biagia Distefano. La famiglia Colombo nasce con il matrimonio di Carmelo e Biagia Distefano il 30 marzo 1871 celebrato nella piccola chieda di Santa Maria di Portosalvo. I due decidono di fissare la loro residenza in via De Pretis (attuale via Mario Rapisardi) e a distanza di un anno, nasce il primogenito, Michele, dal nome del nonno paterno che, purtroppo, muore a distanza di un anno e mezzo. Nell’agosto del 1876 nasce la secondogenita, Angela e a seguire, quasi ogni due anni tutti gli altri e in particolare Giuseppe, il 05/01/1881 e Giovanni il 08/06/1885. Giuseppe e Giovanni sono proprio i due fratelli Colombo ricercati da Hofard W. Morgan. I due non vogliono fare i braccianti, come il padre. Hanno provato a lavorare sui velieri, ma anche lì pochi soldi, tanto lavoro e rischi enormi. Decidono, quindi, di partire. Il primo è Giuseppe, il fratello più grande, probabilmente intorno al 1906 o 1907. Giuseppe riesce a trovare un alloggio a New York, a Brooklyn in casa di una signora americana, che ha un’abitazione in Union Street, 14 e che gli affitta una stanza. Giuseppe lavora saltuariamente. L’America non è come gli era stata descritta. Il lavoro c’è, vero, ma gli immigrati, gli italiani in particolare, sono sfruttati e malpagati. Se all’italianità si aggiunge anche l’essere siciliani, la discriminazione è garantita. Nonostante tutto, anche grazie all’aiuto di altri pozzallesi, Giuseppe trova lavoro nelle compagnie impegnate nella costruzione e nella manutenzione delle ferrovie statunitensi. Qui, anche se si tratta di un lavoro pesante, i guadagni sono buoni ed è per questo motivo che chiede a Giovanni di raggiungerlo.
Porto di Napoli. Molo dell’Immacolatella Vecchia. La S.S. Antonio Lopez (Nave a Vapore) è pronta a partire con destinazione Ellis Island, New York. Giovanni Colombo è partito da Pozzallo il giorno dopo il lunedì dell’Angelo, il 21 aprile, per arrivare a Napoli la sera del 22. Assieme ad altri pozzallesi, riesce a trovare un posto in dormitorio fra tante difficoltà perché Napoli è invasa da centinaia di persone che hanno un biglietto per gli Stati Uniti. Ha passato la notte insonne. Mille pensieri lo hanno tormentato, non ultimo il timore che qualcuno gli potesse rubare la valigia che conteneva tutti i suoi averi. Di buon mattino, assieme agli altri compaesani, raggiunge il porto. La nave gli sembra enorme. Tutta un’altra cosa rispetto ai brigantini o alle golette di Pozzallo. Questa, sicuramente, non teme il mare. Si presenta all’imbarco passeggeri, porge il biglietto e il passaporto e dopo il controllo gli viene assegnato un posto in terza classe, in uno dei ponti inferiori. Traversata da dimenticare fra un continuo vociare di bambini, di donne che litigano in dialetti sconosciuti, uomini diffidenti, gente afflitta dal mal di mare che vomita in continuazione e un puzzo insopportabile. Finalmente il 13 maggio 1908 la Statua della Libertà dà il benvenuto a questo popolo di disperati. Giovanni Francesco Colombo è in America. Controllo documenti, visita medica, interrogatorio e finalmente può ufficialmente entrare negli Stati Uniti d’America. Trova ad aspettarlo Giuseppe che lo porta subito nel suo alloggio dopo averlo presentato alla vecchia signora che lo ospita. I due fratelli lavorano alacremente. Una parte del guadagno va a casa, una parte viene messa da parte per acquistare il biglietto per il ritorno e un’altra parte per il vitto e l’alloggio. I due fratelli hanno trovato lavoro nel nord degli Stati Uniti. Nel Vermont. L’impresa ferroviaria di quello stato ha bisogno di operai per la manutenzione e per la costruzione di nuovi tratti ferroviari. Si guadagna bene anche se il lavoro è molto pesante. I due fratelli tornano in Italia con un bel gruzzoletto perché Giuseppe, che aveva lasciato una fidanzata, deve sposarsi ora che può mantenere una famiglia. Il matrimonio viene celebrato il 16 febbraio 1911 e dopo appena tre mesi, il 7 aprile, torna in America. Un altro anno di lavoro e forse avrebbe potuto farsi raggiungere dalla moglie. Ecco il legame dei due fratelli con il Vermont e con New Haven dove, come già sappiamo, avevano lavorato e conosciuto Henry Ward. Il caso ha voluto che i due fratelli avessero deciso di tornare definitivamente in Italia proprio qualche settimana dopo l’omicidio Ward del quale non erano nemmeno a conoscenza. Giuseppe e Giovanni erano stanchi di essere trattati come degli schiavi, di essere considerati mafiosi e di vedersi negare il lavoro solo perché siciliani. Con il lavoro in ferrovia hanno messo da parte un piccolo capitale utilizzabile per avviare un piccolo “business”, come lo chiamano gli americani e se anche non dovesse andare bene, possono fare i braccianti o i marinai.
Il maresciallo Di Bella osserva con estrema curiosità lo straniero e quando questo accenna a parlare lo ferma alzando la mano e gli chiede i documenti. Morgan è infastidito da questa richiesta, ma abbozza un mezzo sorriso e consegna il suo passaporto. È scritto in inglese e il maresciallo l’inglese oltre a non conoscerlo non lo ha nemmeno sentito parlare. E chi lo capisce ora a questo qua? – pensa fra sé. Morgan, come se avesse intuito i pensieri del maresciallo, si presenta e inizia a raccontare tutta la storia dell’assassinio Ward e di come gli investigatori americani sono giunti ad identificare gli assassini. Estrae dalla borsa le prove che ha portato con sé e porge i foglietti dattiloscritti al maresciallo. Ah, questi sono scritti in italiano, fortunatamente. La prova decisiva è costituita da una perizia che certifica la corrispondenza di alcune impronte digitali rilevate sul luogo del delitto con quelle dei due fratelli Colombo depositate al momento dell’identificazione all’arrivo ad Ellis Island. Il maresciallo non sa cosa pensare. Conosce i due ragazzi, conosce la loro famiglia. Gente povera, ma dignitosa e onesta. Anche Giovanni si era sposato il 15/06/1913 con Maria Teresa Cappello. Una brava ragazza. Il maresciallo obietta subito che sicuramente gli americani sbagliavano. Se i due fratelli avessero veramente rubato 2.000 dollari, non avrebbero potuto nasconderlo. Chi dispone di una somma così elevata non continua a vivere nella povertà. Morgan insiste. Le prove sono certe e, a questo punto, scatta la minaccia. «Se rifiuta di procedere all’arresto nonostante queste prove schiaccianti, sarò costretto a telegrafare all’Ambasciata Americana chiedendo che intervenga direttamente sui suoi superiori.» Di Bella, comprendendo a pieno il senso della minaccia, si alza, fissando l’investigatore americano e chiama il piantone. Adesso la divisa è in perfetto ordine. Batte i tacchi in modo perfetto, braccia tese lungo i fianchi «comandi signor Maresciallo» – esclama. Vai dal sig. Conciliatore e digli che ho urgente bisogno di parlargli. Chiedigli di venire in caserma per una faccenda delicata. Il piantone si congeda e Di Bella si rimette a sedere, riprende le carte dell’americano e comincia a leggerle con attenzione. Passa all’incirca mezz’ora quando il carabiniere torna in compagnia l’avvocato Santangelo. Il Conciliatore viene messo a conoscenza dal piantone del misterioso personaggio che quella mattina si era presentato in caserma, ma questi non aveva potuto aggiungere altri particolari. Appena entrato, Morgan si alza supponendo che il nuovo arrivato sia un superiore del maresciallo che, a questo punto, fa le presentazioni. Morgan capisce che il Conciliatore è una sorta di giudice e che il maresciallo lo ha fatto chiamare per chiedere consiglio sul comportamento da assumere. Dopo una breve consultazione con l’avvocato Santangelo, il maresciallo decide di chiamare i suoi superiori. Da qui viene informato il Pretore di Spaccaforno che, messo al corrente della situazione, ordina di procedere all’arresto dei due fratelli allo scopo di impedirne la possibile fuga. La notizia fa rapidamente il giro di tutta la cittadina. Giuseppe e Giovanni Colombo vengono portati nella piccola caserma dei carabinieri in attesa di essere tradotti al carcere di Siracusa. La notizia viene pubblicata perfino dal Corriere della Sera grazie alla segnalazione del corrispondente siracusano del giornale.
Hofard Morgan ha svolto la sua missione e può tornare in America. I fratelli Colombo restano in carcere a Siracusa in attesa che venga organizzato il loro processo. Pozzallo e i pozzallesi dimenticano presto l’accaduto. Le famiglie dei Colombo restano nella vergogna, ma sono sicure che presto la verità si farà strada e la giustizia renderà l’onore infangato dalle tante calunnie che sono circolate. Il giudice a cui è stato affidato il caso non è molto convinto dell’inoppugnabilità delle prove fornite dagli americani. Dalle informazioni raccolte attraverso i carabinieri è appurato che i due fratelli hanno sempre avuto in Italia un comportamento ineccepibile. Grandi lavoratori, hanno aiutato la famiglia di origine prima e le loro famiglie dopo il matrimonio a vivere dignitosamente. Durante il periodo trascorso negli Stati Uniti hanno mandato a casa rimesse “normali”, niente eccessi e una volta ritornati, hanno continuato a vivere come prima e non hanno cambiato grandi somme di dollari. Fra tutto, però, una cosa non convince il giudice: le impronte digitali. Dalle carte risulta che sono state rilevate dopo il tentativo d’incendio della baracca di James Murphy. Dall’assassinio di Ward erano passate due settimane. Quelle impronte digitali come potevano essere ritenute valide. Dalle schede allegate alla perizia, a occhio, le somiglianze non erano così evidenti. Non era un caso semplice.
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, vengono uccisi da uno studente bosniaco. Il 28 luglio l’Impero Austro-Ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia. È l’inizio della Prima Guerra Mondiale. L’Italia alleata di Germania e Austria con la Triplice Alleanza si dichiara neutrale. Il processo dei fratelli Colombo va a rilento. Passa un anno. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra, ma a fianco della Triplice Intesa, Francia, Russia e Inghilterra. Gli americani, attraverso la loro ambasciata in Italia fanno continue pressioni perché il processo contro Giuseppe e Giovanni Colombo abbia inizio. L’amministrazione giudiziaria americana ha trasmesso prove sufficienti per la loro condanna e non si spiega i motivi di questa lentezza. Negli USA i due sarebbero già stati impiccati. Nel loro delirio razzista, gli americani arrivano ad ipotizzare che i giudici italiani ritardano volontariamente il processo perché, essendo il paese in guerra, hanno bisogno di ogni uomo da inviare al fronte. In un articolo pubblicato dal The New Haven News il 26 agosto si afferma che è normale che la giustizia nei paesi europei venga amministrata in questo modo e che se i due fratelli fossero usciti indenni dai combattimenti, non sarebbero mai più tornati in carcere o addirittura, se avessero ottenuto qualche medaglia, sarebbero stati considerati degli eroi.
Il processo contro i fratelli Giuseppe e Giovanni Francesco Colombo fu celebrato. Il loro difensore non dovette faticare troppo per convincere il giudice che gli elementi di prova consegnati dagli americani erano solo indiziari e, comunque, inconsistenti. Il presupposto da cui partivano gli americani era che essendo i due fratelli siciliani erano automaticamente ladri e assassini. L’unica prova che poteva essere utile erano le impronte digitali, ma la perizia ordinata dal giudice in Italia aveva evidenziato che non avevano nulla in comune con quelle dei Colombo. Il verdetto è definitivo. Assoluzione piena per non aver commesso il fatto e scarcerazione immediata.
Il 30 settembre 1915 il Middlebury Record di Vergennes pubblica la notizia dell’assoluzione in un piccolo trafiletto. L’assassino o gli assassini di Henry Ward sono rimasti sconosciuti. L’unica certezza è che Giuseppe e Giovanni Colombo sono stati ingiustamente accusati di un delitto che non hanno commesso.
©Antonio Monaca
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